Il silenzio colpevole degli innocenti

Editoriale del 12 luglio 2019

Molfetta. Foto: Luce e Vita

Fuori dai luoghi comuni. Difficile commentare gli ultimi avvenimenti successi a Molfetta senza cadere nei luoghi comuni. Difficile evitare di chiedersi quando finirà per la città questa “febbre” che qualcuno paventava già venticinque anni fa.
Cosa è cambiato, da allora? Corruzione e malcostume in un contesto, l’ospedale, tanto strenuamente difeso, conteso e per giunta poeticamente intestato a chi, questi sistemi, li ha sempre denunciati e combattuti. Violenza e giustizia fai da te fino all’omicidio, in un contesto, il mondo dei bar, ricevitorie e sale slot, dove spadroneggia, sempre più dilagante, il fenomeno del gioco d’azzardo. Lo Stato, le forze dell’ordine, le istituzioni sono pallide, irrilevanti controfigure sulla scena dell’arroganza e del degrado in cui sta precipitando la città; gli atteggiamenti di incuria, autoreferenzialità e disprezzo delle più elementari norme di civiltà di molti suoi cittadini sono spia di un disagio profondo, di una preoccupante, invalidante malattia degenerativa sociale: la perdita del senso di comunità che ha allentato le responsabilità sociali, inferto un colpo mortale al concetto di rispetto dell’altro, cancellato i confini delle regole e del buongusto, consegnandoci una città sporca, male educata, indifferente e carica di contraddizioni. Il tutto nel silenzio (colpevole) degli innocenti.
E gli argini? Perché non funzionano, perché non reggono?
Provo ad ipotizzare. Uno: i cittadini non si sentono un corpo, si considerano soltanto “privati”, chiusi nella difesa del proprio sempre più piccolo mondo, concentrati a fare degli altri nemici da combattere, attivi solo sui social, ma assenti sul territorio, pienamente in linea con la “teoria delle finestre rotte”, dunque spenti, passivi e tolleranti del brutto, fino ad assimilarsi al paesaggio.
Due: la politica viaggia su binari paralleli, che non incrociano in alcun modo il volto sfuggente di questa città, tra un fare amministrativo più impegnato a lasciare segni indelebili del proprio passaggio che ad avviare costruttivi processi di rilancio e promozione e un’opposizione radical chic, alternativa per stile, che intercetta pochi intimi e parla una lingua straniera ai più.
Tre: la cultura, la famosa Molfetta in cui si produce cultura, si è fermata su un binario morto. Non circolano idee e si moltiplicano gli eventi, senza una regia che lavori sui messaggi.
E infine, quattro: la Chiesa, noi, incapaci di essere spina nel fianco, segno di contraddizione, di sperimentare modelli di cambiamento possibile, segni che abbiano il potere di scuotere le coscienze; comunità parrocchiali attardate su una pastorale aggregativa, occasionale, che strizza l’occhio al folklore e regala ogni tanto solenni celebrazioni per salvare la forma.
Un quadro a tinte fosche, uno scenario apocalittico che non guarda in positivo? Forse, ma la domanda è da dove ripartire, qual è l’essenziale da recuperare per concimare il capitale umano di questa città?
Uno: tutti gli attori devono ricordare quale sia la propria parte e interpretarla bene, fino in fondo, nella consapevolezza che fare sul serio i cittadini, la politica, la cultura, la Chiesa, significa giocarsi la responsabilità di un ruolo, che, a seconda di come si conduce, ha effetti collaterali significativi, nel bene e nel male.
Due: gli attori, per recitare, devono parlarsi. Parlarsi non superficialmente, per intessere alleanze di comodo o per contrapporsi, ma per interagire e costruire insieme, cittadini, politica, mondo della cultura e Chiesa, appassionandosi ad un progetto di città comune, possibilmente popolare, che riscatti dignità e vivibilità perdute, dia voce alle buone prassi, restituisca fiducia, valorizzi risorse umane e faccia dell’impegno personale e collettivo una logica vincente.
Tre: creare possibilità di partecipare. Credere negli spazi di partecipazione, attivarli, farli abitare, significa dare la possibilità a tutti di calcare il palcoscenico, sentirsi protagonisti, dare il proprio contributo, vivere l’entusiasmo e la fatica della collettività.
Quattro: educare ed educarsi al prendersi cura. La formazione delle coscienze come priorità per rifondare la vita di comunità. Anche se è difficile, anche se non va di moda, “è superata”, come ebbe a dire un giovane parroco ai suoi giovani laici qualche anno fa. La formazione, non l’oblio delle coscienze, pur sapendo che una coscienza attiva è reattiva e spesso scomoda. La formazione per imparare a pensare, a dare una direzione progettuale al proprio agire, a lavorare su di sé per saper andare oltre se stessi, verso l’altro, nell’ottica del Bene Comune.
E poi, solo coscienze formate saranno in grado, ogni tanto, di farsi un bell’esame di coscienza … e ripartire.

Angela Paparella

2 thoughts on “Il silenzio colpevole degli innocenti”

  1. Francesca

    Sono pienamento d’accordo con ciò che è stato scritto nell’articolo! Credo che ognuno di noi nel suo piccolo possa contribuire al cambiamento attraverso delle semplici azioni:
    – Se non siamo d’accordo su qualcosa, parliamo. Un “si ” di troppo detto qualche volta per accontentare gli altri può diventare un “si” perenne.
    – Non cerchiamo scorciatoie per ottenere ciò che vogliamo. Sbattiamo la testa anche 1000 volte ma guadagniamoci le cose con onestà. Forse una laurea comprata o un lavoro corrotto ci faranno arrivare prima di altri ma non ci renderanno dei veri professionisti.
    – Denunciamo se vediamo che accadono le cose dette nel punto precedente o comunque è importante esprimere il nostro disappunto.
    – Consideriamo l’altra persona come qualcuno che ci può arricchire, aiutare e non come un nemico, una persona da battere sul tempo, che può ostacolare i nostri successi personali.
    – Se incontriamo delle persone che conosciamo e vediamo che sono cupe, chiediamo cosa non va. Non siamo ciechi perchè spesso la violenza nasce da una rabbia repressa o da un’esasperazione che si è tenuti dentro ed è anche colpa nostra se non abbiamo fatto niente per tirarla fuori.
    – Se siamo educatori, trasmettiamo ai ragazzi il rispetto per se stessi e per gli altri. Al giorno d’oggi molti ragazzi usano degli appellattivi volgari nei confronti di altri coetanei che spesso non si rendono neanche conto che tutto ciò è sbagliato. è il tipico atteggiamento di chi pensa di poter trattare gli altri come vuole e quindi da grande si sentirà libero di agire senza aver rispetto della vita altrui.
    – Leggiamo, informiamoci ! Facciamo parte dell’AC , dovremmo fare la differenza e non lasciarci trascinare dalle correnti. Dovremmo essere propositivi,pieni di idee e non comportarci da automi.
    – L’ambiente che viviamo non è solo nostro, rispettiamolo.
    – Viviamo in una comunità, con tante altre persone che hanno le loro vite con i loro problemi che spesso non consociamo. Approfondiamo, se non siamo disposti ad investire il nostro tempo per la cura degli altri allora vuol dire che prendiamo dalla comunità solo ciò che ci fa comodo e la usiamo come scudo e copertura.

    Francesca de Ceglie

  2. Giorgio M.

    Grazie per questo ottimo articolo, amo questo sito!
    Era da un po che vi leggevo ma questo articolo era fantastico non potevo non commentare :
    )…Anche se non centra niente volevo dare un piccolo contributo
    a chi leggerà questo commento, potete ottenere un iphone XS gratis come ho fatto io andando qui e
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