{"id":11281,"date":"2021-08-06T17:49:16","date_gmt":"2021-08-06T15:49:16","guid":{"rendered":"http:\/\/www.diocesimolfetta.it\/luceevita\/?p=11281"},"modified":"2021-08-06T17:49:54","modified_gmt":"2021-08-06T15:49:54","slug":"donare-abbassandosi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.diocesimolfetta.it\/luceevita\/donare-abbassandosi\/","title":{"rendered":"Donare abbassandosi"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/www.chiesacattolica.it\/liturgia-del-giorno\/?data-liturgia=20210808\"><strong>Liturgia della Parola di domenica 8 agosto 2021<\/strong><\/a><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.diocesimolfetta.it\/luceevita\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2021\/08\/21_08_02_rose.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-11282\" src=\"https:\/\/www.diocesimolfetta.it\/luceevita\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2021\/08\/21_08_02_rose-1024x513.jpg\" alt=\"rose\" width=\"800\" height=\"401\" srcset=\"https:\/\/www.diocesimolfetta.it\/luceevita\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2021\/08\/21_08_02_rose-1024x513.jpg 1024w, https:\/\/www.diocesimolfetta.it\/luceevita\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2021\/08\/21_08_02_rose-300x150.jpg 300w, https:\/\/www.diocesimolfetta.it\/luceevita\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2021\/08\/21_08_02_rose-768x385.jpg 768w, https:\/\/www.diocesimolfetta.it\/luceevita\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2021\/08\/21_08_02_rose-360x180.jpg 360w, https:\/\/www.diocesimolfetta.it\/luceevita\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2021\/08\/21_08_02_rose-800x401.jpg 800w, https:\/\/www.diocesimolfetta.it\/luceevita\/wp-content\/uploads\/sites\/2\/2021\/08\/21_08_02_rose.jpg 1200w\" sizes=\"auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Il vangelo di questa domenica \u00e8 ancora tratto dal capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni. La dichiarazione di Ges\u00f9 \u201cIo sono il pane disceso dal cielo\u201d (Gv 6,41) provoca la reazione scandalizzata dei suoi interlocutori i quali cominciano a mormorare contro di lui.<\/p>\n<p>La pericope evangelica indica due dimensioni della mormorazione: essa \u00e8 \u201ccontro\u201d qualcuno (Gv 6,41: \u201cI Giudei si misero a mormorare\u00a0<em>contro<\/em>\u00a0di lui\u201d) e avviene \u201ctra\u201d (Gv 6,43: \u201cNon mormorate\u00a0<em>tra<\/em>\u00a0voi\u201d). Dimensione oppositiva e complottistica si fondono nella mormorazione. Il vocabolo \u00e8 onomatopeico ed evoca il borbottio dell\u2019acqua che scorre, un brusio. \u00c8 una lagnanza nascosta, fatta di spalle, vile, una contestazione non aperta, ma che mugugna nell\u2019ombra contro qualcuno sussurrando all\u2019orecchio di altri al fine di creare dei complici. Essa si situa all\u2019opposto della\u00a0<em>parres\u00eda<\/em>, che \u00e8 invece linguaggio chiaro, aperto, alla luce del sole, coraggioso, schietto. La mormorazione \u00e8 dunque un discorrere ostile, che esprime disaccordo, riprovazione e malumore. Essa, tuttavia, non viene espressa ad alta voce, chiaramente, bens\u00ec tenuta nascosta, celata, sussurrata. Pi\u00f9 simile a un rumore indistinto che a una voce umana, essa si nutre di non chiarezza. La mormorazione \u00e8 un classico e grave male comunitario. Un vizio ben conosciuto nella chiesa e soprattutto nelle vite comunitarie, un vizio capace di incrinare la solidit\u00e0 della comunit\u00e0 e di guastare i rapporti fraterni seminando diffidenza e sospetto. Nel nostro testo giovanneo \u00e8 l\u2019atteggiamento di chi si rifiuta di credere: il mormoratore \u00e8 colui che resiste alla fede (cf. Gv 6,41-42). Il mormoratore pu\u00f2 correggersi con la\u00a0<em>preghiera<\/em>. Pregare per gli altri impedisce di farli oggetto di mormorazione. Nella mormorazione, infatti, Dio sparisce dall\u2019orizzonte con cui penso l\u2019altro. Nella preghiera, invece, penso l\u2019altro davanti a Dio. Spesso \u00e8 il peccato, e ancor prima, l\u2019atteggiamento psicologico, dell\u2019inferiore verso il superiore, del sottomesso nei confronti dell\u2019autorit\u00e0. Come tale, nell\u2019Antico Testamento compare frequentemente come parola diretta contro Mos\u00e8 (Es 17,3) o contro Mos\u00e8 ed Aronne (Nm 17,6). In questo senso, potrebbe essere vista come una forma di ribellione, di rivolta, ma in verit\u00e0 essa resta subalterna e perdente. Esprime una frustrazione e un malessere, ma non elimina le cause del malessere e non le cerca n\u00e9 le individua nemmeno. Di fatto, \u00e8 inutile e sterile.<\/p>\n<p>Come Dio aveva risposto alle mormorazioni dei figli d\u2019Israele nel deserto donando loro la manna, cos\u00ec Ges\u00f9 risponde alle mormorazioni dei suoi interlocutori con il dono di se stesso: \u201cIo sono il pane vivo disceso dal cielo\u201d (Gv 6,51). Il dono di Dio non costringe, ma \u00e8 un\u2019offerta che suscita la libert\u00e0 del destinatario. E come la manna \u00e8\u00a0<em>dono e domanda<\/em>\u00a0(<em>man hu<\/em>: \u201cche cos\u2019\u00e8?\u201d: Es 16,15), cos\u00ec il dono che Ges\u00f9 \u00e8, suscita a sua volta domande sulla sua identit\u00e0 (\u201cchi \u00e8?\u201d: cf. Gv 6,42). Cos\u00ec, le domande incredule di coloro che conoscendo l\u2019origine umana di Ges\u00f9, la sua famiglia (\u201cCostui non \u00e8 forse Ges\u00f9, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre?\u201d: Gv 6,42), non accedono alla fede in lui quale rivelatore di Dio, non manifestano solamente il peccato di chi le formula, ma esprimono anche il carattere non coercitivo e non obbligante del dono che Ges\u00f9 \u00e8 e fa. Il vero dono si espone alla libert\u00e0 del destinatario, anche al possibile rifiuto. Anche all\u2019umiliazione dell\u2019indifferenza o del rigetto.<\/p>\n<p>I due verbi\u00a0<em>discendere<\/em>\u00a0e\u00a0<em>dare<\/em>, che nel nostro testo esprimono la relazione di Ges\u00f9 con gli uomini, in verit\u00e0 indicano le due modalit\u00e0 costanti dell\u2019esistenza di Ges\u00f9.\u00a0<em>Ges\u00f9 d\u00e0 vita scendendo e donando<\/em>. Ges\u00f9 \u00e8 il pane disceso dal cielo, cio\u00e8 la sua origine \u00e8 in Dio, ma discendere \u00e8 la normalit\u00e0 del suo comportarsi nei confronti dei discepoli e delle persone che istruisce, cura, perdona. Ges\u00f9 narra la\u00a0<em>condiscendenza<\/em><em>di Dio<\/em>\u00a0nel suo continuo farsi vicino agli uomini. Ges\u00f9 \u00e8\u00a0<em>dono di Dio<\/em>\u00a0all\u2019umanit\u00e0 (cf. Gv 3,16), Ges\u00f9 dona la sua vita per i suoi (cf. Gv 15,13), ma anche il dono non \u00e8 restringibile a un momento solo della vita di Ges\u00f9, bens\u00ec \u00e8 la modalit\u00e0 stessa del suo vivere quotidiano: Ges\u00f9 fa del vivere un donare. Questo interpretare la vita come attivo donare, come amare, come spendere la vita per gli altri, \u00e8 ci\u00f2 che vince la morte e consente di trovare la propria vita, gi\u00e0 ora, nella comunione con il Dio che \u00e8 amore (cf. 1Gv 4,8.16). La vita di Ges\u00f9, potremmo dire, \u00e8 una prassi quotidiana di resurrezione, essendo una vita segnata dall\u2019amore, una vita cio\u00e8 in cui \u201cdonare a\u201d e \u201cscendere verso\u201d sono atti quotidiani. La \u201cvita eterna\u201d (cf. Gv 6,47.51), la vita che trova continuit\u00e0 nell\u2019eternit\u00e0, la vita pi\u00f9 profonda del mero esistere, la vita che si sottrae allo sbriciolarsi del tempo, la vita che non pu\u00f2 andar persa perch\u00e9 si travasa in coloro che vengono amati e perch\u00e9 si innesta in Colui che ha insegnato che c\u2019\u00e8 un dare che non \u00e8 un perdere, ma un entrare nell\u2019ineffabile gioia del donare gioia, \u00e8 quella sotto il segno dell\u2019amore e inizia gi\u00e0 qui e ora. Amare \u00e8 risorgere, ed \u00e8 consentire ad altri di rialzarsi, di ricominciare, di \u201crisorgere\u201d, appunto.<\/p>\n<p>La resurrezione \u00e8 l\u2019atto che compie gi\u00e0 ora, nell\u2019oggi, il credente. E questo proprio con l\u2019atto di fede: \u201cChi crede ha la vita eterna\u201d (Gv 6,47). La fede \u00e8 sempre gesto di morte a s\u00e9 per vivere in Cristo, per trovare la saldezza della propria vita in un atto di affidamento di s\u00e9 a Cristo. La fede \u00e8 intrinsecamente abitata da una dinamica pasquale, \u00e8 un atto di morte e resurrezione. Essa attualizza nel credente la morte e la resurrezione di Cristo. Da questo punto di vista la fede \u00e8\u00a0<em>rischio mortale<\/em>\u00a0e\u00a0<em>possibilit\u00e0 impensata di vita<\/em>. Rischio mortale perch\u00e9 il credente pone la stabilit\u00e0 del proprio essere e del proprio vivere (\u201cSe non crederete non avrete stabilit\u00e0\u201d: Is 7,9) in Colui che non vede e di cui altri gli hanno dato testimonianza (e qui emerge l\u2019intrinseca dimensione ecclesiale-comunitaria del credere); rischio perch\u00e9 questo movimento esige l\u2019uscita da se stessi e la perdita di rilevanza del proprio io e delle sue pretese per vivere nello spazio dell\u2019amore gratuito e preveniente di Dio. Il rischio grande della fede \u00e8 nel credere l\u2019amore. Proprio il quarto evangelista lo ha ben capito: \u201cDio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perch\u00e9 chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna\u201d (Gv 3,16). L\u2019amore che Dio ha manifestato nella vita, morte e resurrezione di Ges\u00f9 Cristo, \u00e8 il cuore della fede, la scaturigine delle energie di resurrezione per il credente. Chi \u00e8 dunque il credente? O, se vogliamo, che cosa crede il credente? Sempre Giovanni lo esprime nella sua prima lettera: \u201cNoi abbiamo creduto all\u2019amore che Dio ha per noi\u201d (1Gv 4,16). La fede cristiana \u00e8 sempre, in radice,\u00a0<em>credere all\u2019amore di Dio per noi<\/em>. Quell\u2019amore che ha trovato forma ed \u00e8 divenuta storia nella vita di Ges\u00f9 di Nazaret, di colui che, \u201cavendo amato i suoi che erano nel mondo, li am\u00f2 fino alla fine\u201d (Gv 13,1).<\/p>\n<p>Ma ancora. Se Dio \u00e8 all\u2019origine e al termine della missione di Ges\u00f9, \u00e8 anche\u00a0<em>all\u2019origine della fede<\/em>\u00a0del credente: \u201cNessuno pu\u00f2 venire a me se non lo attira il Padre\u201d (Gv 6,44). Questa attrazione \u00e8 specificata come\u00a0<em>ascolto<\/em>\u00a0e\u00a0<em>insegnamento ricevuto<\/em>\u00a0(cf. Gv 6,45), termini che rinviano alla Scrittura, \u201ccattedra\u201d da cui il Padre fa sentire la sua voce e rivolge agli uomini tutti (Gv 6,45; 12,32) l\u2019invito a credere in colui che egli ha mandato. Grazie all\u2019ascolto della parola di Dio contenuta nella Scrittura il credente diverr\u00e0 un\u00a0<em>teodidatta<\/em>. Ma il riferimento non \u00e8 solo alla Scrittura. La cattedra, in questo caso, \u00e8 anche il Maestro. Ovvero, la Parola fatta carne in Ges\u00f9 di Nazaret dice che ormai la parola e la vita di Ges\u00f9 ammaestrano l\u2019uomo e sono fonte di ammaestramento e di insegnamento. E di un insegnamento che viene da Dio. Colui che dice \u201cNessuno pu\u00f2 venire a me se non lo attira il Padre\u201d (Gv 6,44) \u00e8 lo stesso che dice: \u201cNessuno viene al Padre se non per mezzo di me\u201d (Gv 14,6). Siamo al cuore del paradosso della fede cristiana come lo esprime il IV vangelo: nessuno pu\u00f2 venire al Figlio e aderire a Lui senza aver ricevuto l\u2019insegnamento del Padre; ma nessuno pu\u00f2 imparare dal Padre se non attraverso il Figlio e l\u2019ascolto del Figlio. L\u2019azione dello Spirito santo, del Paraclito, scioglie il paradosso, lui che, inviato dal Padre, insegna e ricorda tutto ci\u00f2 che Ges\u00f9 ha detto, ma le parole che Ges\u00f9 insegna non sono sue, ma del Padre che lo ha mandato (cf. Gv 14,24).<\/p>\n<p>Luciano Manicardi<br \/>\n(monatserodibose.it)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il vangelo di questa domenica \u00e8 ancora tratto dal capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni. 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