8 Giugno 2026

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo Molfetta, 7 giugno 2026 Chiesa Cattedrale

«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51).

Le parole di Gesù ci pongono dinanzi alla potenza del suo dono di amore, all’eucarestia che è pane spezzato e carne che dà vita, alla grandezza dell’incarnazione di Dio che si abbassa sino a patire e morire per offrire salvezza al mondo intero.

 

Dio entra nella nostra povera carne umana e ci coinvolge, non chiedendoci semplicemente un’adesione intellettuale, ma un’accoglienza incondizionata. Infatti mangiare la carne e bere il sangue di Gesù significa vivere una relazione che ci apre ad una dimora reciproca, ad un’assimilazione di Cristo per cui noi diveniamo, nell’amore, ciò che mangiamo. Proprio partecipando all’eucarestia non solo abbiamo salvezza, ma anche possiamo cercare di vivere come lui, donandoci e amando con generosità, per essere, a nostra volta, vita per il mondo.

 

La relazione personale con il Signore ci trasforma nel profondo e, nella comunione al suo corpo e al suo sangue, ci rende un solo corpo (1Cor 10,17). Noi, benché molti, siamo l’unico corpo di Cristo e qui ritroviamo il dono e la vocazione per il nostro essere Chiesa. La comunione a cui siamo chiamati non è, dunque, un semplice sforzo umano, ma è realtà che in Cristo possiamo vivere e che ci rende capaci di relazioni nuove e di fraternità autentica, in altre parole di essere comunità credibile. In ciò il mondo, spesso frammentato e tentato da uno sterile individualismo, attende da noi una testimonianza coerente, l’indicazione che la comunità può custodire il bene e l’umano e che solo insieme possiamo cercarli e promuoverli.

Proprio in queste ore nella nostra città si sta svolgendo il turno di ballottaggio per l’elezione del nuovo sindaco. La coincidenza con la solennità del Corpus Domini sembra indicare che a noi cristiani non è dato sottrarci dal contributo di idee e di impegno perché Molfetta ritrovi la sua anima, mentre ci è chiesto di gettare semi di fraternità e di proporre scelte di vita in cui non si guardi al proprio piccolo interesse, ma si abbia a cuore il bene comune, la sorte di chi soprattutto vive nel disagio quotidiano.

 

Noi a breve usciremo in processione portando Cristo tra le case e le strade della nostra amata città. La partecipazione alla processione sia molto più di un semplice atto di devozione e di obbedienza ad un antico rito: infatti siamo in realtà chiamati a camminare portati da Cristo, come immagine di un’umanità in cammino, di un popolo, di una comunità di pellegrini che aspirano alla patria del cielo e che perciò rimangono fedeli alla terra.

Sì, anche noi siamo come il popolo di Israele che ha camminato nel deserto, uomini e donne compagni di viaggio dei tanti affamati e assetati di senso, in grado di dire a tutti che il pane da solo non basta se non ci nutriamo delle parole del Signore (Dt 8,3), che noi valiamo non per quello che produciamo o per l’immagine che diamo di noi stessi, ma per quanto amiamo e siamo amati, per quanto offriamo e riceviamo speranza, ascolto e consolazione.

 

Nei giorni scorsi ho letto un’interessante riflessione sulla processione del Corpus Domini. Il testo prende spunto dal Rituale Romanum stampato a Venezia nel 1735 che non descrive soltanto parole da dire o riti da celebrare, ma descrive un modo di camminare, di vivere la processione. La processione del Corpus Domini si conclude in chiesa e il Rituale così annota al momento della benedizione: «Tunc Sacerdos, facta genuflexione, cum Sacramento semel benedicat populum in modum Crucis, nihil dicens». Allora il sacerdote, fatta la genuflessione, benedica una sola volta il popolo con il Sacramento in forma di croce, non dicendo nulla.

La parola si ritrae e dopo il cammino rimane la potenza di un gesto eloquente che chiede solo silenzio. Noi abbiamo bisogno di accogliere quel silenzio, di consegnarci a quel silenzio, forse anche dopo aver percorso, con il Santissimo Sacramento, vie comunque sempre piene di rumori e suoni, qualche volta tra gente distratta e disinteressata.

Il silenzio è oggi qualcosa di altamente eversivo e rimanere in esso è necessario per noi credenti della comunità cristiana di Molfetta, per uscire da questa Cattedrale in pace, portando ovunque la pace. Infatti quando stasera avremo deposto la policromia dei paramenti liturgici e delle vesti di confraternite e associazioni, ciò che rimarrà sarà il chiaroscuro dei nostri abiti feriali, il bianco e nero della vita quotidiana in cui incontrare Cristo nella nostra carne e nella carne altrui, perché, secondo le incisive parole di papa Leone XIV pronunciate nell’omelia della messa mattutina a Madrid, la fonte eucaristica «non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza».

 

Signore Gesù, pane vivo per la vita del mondo, nella tua carne abbiamo salvezza. Ti preghiamo di rinnovare in noi lo stupore per il tuo dono d’amore, perché con animo lieto ti testimoniamo e nella speranza ti portiamo laddove viviamo, fedeli a questa terra e alla nostra umanità Amen.

 

+ Domenico Basile

Share

condividi su

Share