25 Giugno 2026

L’etica del volto vince la retorica della paura. Nota della CDAL sul richiamo etico, sociale e politico

Pubblichiamo la nota della Consulta Diocesana delle Aggregazioni Laicali che propone una riflessione sulle attuali dinamiche sociali e politiche, esprimendo preoccupazione per la diffusione di linguaggi e proposte che alimentano divisioni, discriminazioni e paure. Un appello rivolto a tutte le realtà civili e politiche perché contribuiscano alla costruzione di una società più giusta, accogliente e solidale. Read More

Un passo della Scrittura, conosciuto come l’“apologo di Iotam” (Gdc 9, 8-15), si sta rivelando drammaticamente attuale: con le metafore degli alberi, il testo parla di un certo Abimelek – politico che oggi definiremmo opportunista e cinico – paragonandolo alla pianta del rovo.

«Si misero in cammino gli alberi per ungere un re su di essi. Dissero all’ulivo: “Regna su di noi”. Rispose loro l’ulivo: “Rinuncerò al mio olio, grazie al quale si onorano degli uomini?” La richiesta a regnare viene per questo rivolta al fico e poi alla vite, alberi nobili e fecondi, ma anche questi rinunciano al comando per dare precedenza ai loro frutti. E così, alla fine, gli alberi ripiegano sul rovo, che naturalmente accetta di diventare loro re».

Se consideriamo la situazione mondiale in questo momento, il messaggio è alquanto immediato: ci stiamo lasciando guidare da governanti incapaci e ignoranti che ambiscono al potere inneggiando a ideologie populiste e demagogiche.

Assistiamo, in queste settimane, alla crescente visibilità di un movimento politico che fonda gran parte della propria comunicazione su messaggi divisivi che seminano odio. Si tratta di una linea che suscita in noi forte preoccupazione perché non sembra orientata alla costruzione del bene comune, ma alla ricerca del consenso tramite  ricette estreme e manichee. Queste posizioni semplificano la complessità del nostro tempo – attraversato da trasformazioni economiche, tecnologiche e culturali senza precedenti –  con  il solo effetto di indebolire la tenuta democratica del Paese.

Bersaglio di tale ideologia oscurantista sono stranieri, persone con disabilità, donne, omosessuali e, più in generale, chiunque venga percepito come diverso o non conforme a determinati modelli culturali e sociali.

L’ultima  provocazione, espressione di un machismo nostalgico, è l’eliminazione del reato di femminicidio. Questa specificazione giuridica  non intende avallare  l’idea che la vita di una donna valga più di quella di un uomo, bensì indicare il movente  sotteso alla sua uccisione. “Sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne”.

Sono parole di Michela Murgia, scrittrice e saggista che ha lottato fino alla fine per cambiare la lingua su cui costruiamo la nostra società. Rifiutare questo termine significa negare la realtà, ma soprattutto segna un pericoloso arretramento in un  percorso culturale collettivo che ha portato finalmente nel dibattito pubblico e politico un fenomeno a lungo considerato esclusivamente privato.

In ambito educativo, si torna a proporre la creazione di classi separate per gli studenti e le studentesse con disabilità, ignorando decenni di progresso culturale e civile. L’idea, lungi dall’affrontare i reali problemi del nostro sistema di istruzione, non solo svilisce il lavoro di chi quotidianamente con professionalità e competenza si spende per la piena inclusione dei più fragili, ma è anche incostituzionale in quanto nega un diritto fondamentale.  E ancora, a scuola l’inclusione non è una possibilità concessa a chi è in difficoltà, ma piuttosto un’opportunità per tutti gli studenti che imparano a confrontarsi con la diversità, a costruire relazioni improntate al rispetto reciproco e ad  allenare l’empatia,  preparandosi così a vivere nella società reale.

Per non parlare del livore nei confronti degli stranieri, alimentato dal  banale slogan “l’Italia agli Italiani”, come se  la questione  migratoria, fenomeno che caratterizza la  storia umana da millenni, si potesse risolvere con i respingimenti armati, oggi ribattezzati  “remigrazione”, ovvero vere e proprie  deportazioni.

Dinanzi a tale deriva politica ed etica, come Aggregazioni laicali della nostra diocesi, siamo chiamati ad essere fedeli al magistero del Venerabile don Tonino Bello e  alla sua “etica del volto”,  riaffermando la dignità di ogni persona, indipendentemente dalla sua provenienza, condizione sociale, genere, orientamento di vita o fragilità.  Si tratta di un valore  non negoziabile, radicato nel Vangelo e alla base  della Costituzione italiana.

Risulta quindi essenziale ridestare le coscienze sopite, educare al pensiero critico per contrastare la polarizzazione delle posizioni e la disinformazione. Dobbiamo smontare la retorica della paura promuovendo una cultura dell’accoglienza, e accrescere la presenza attiva nelle periferie urbane, dove si concentrano le contraddizioni che generano emarginazione.   Solo questa vicinanza, carica di speranza, potrà dare futuro ai  territori.

Facciamo appello ai partiti politici, alle organizzazioni sindacali, alle associazioni e a tutte le realtà civili affinché promuovano una cultura del dialogo, del rispetto e della partecipazione democratica,  contribuendo a costruire prospettive concrete di crescita umana ed economica per le nostre comunità.

 

Il direttivo della Consulta Diocesana delle Aggregazioni Laicali