La missione come lotta interiore

Gesù distacca fisicamente da sé i suoi discepoli: “Andate…”. Ma li unisce a lui nell’esperienza di fede dell’annuncio del Regno. Quell’annuncio che è sempre stato il centro del suo messaggio. E Gesù prevede ciò che avverrà. Soprattutto dà disposizioni grazie alle quali i discepoli potranno guardarsi da se stessi e vincere se stessi.

Il cammino che plasma il volto

È il cammino che compiamo che plasma il nostro volto, che scolpisce la nostra faccia. La decisione di Gesù di andare fino in fondo al suo cammino si traduce nei lineamenti del volto, nella contrazione dei muscoli facciali, nel raccogliere le proprie energie e concentrarsi sul fine da perseguire e da cui non lasciarsi distogliere. Gesù diviene il suo cammino; il suo volto, cioè la sua unicità, si manifesta nella scelta fatta e nella decisione presa.

Comunione che si comunica

Il mistero della Trinità divina sottolinea che il Dio che si comunica all’umanità nello Spirito e nel Figlio Gesù Cristo è il Dio che è comunione e comunicazione in sé stesso. La Trinità fonda il fatto che noi possiamo parlare di Dio solo in termini di comunione. Se Dio è comunione nel suo stesso essere, se lo Spirito è Spirito di comunione e se Cristo è “persona comunitaria” inscindibile dal suo corpo che è la chiesa, allora la comunione è la natura stessa della chiesa.

Lo Spirito promesso

La gioia potrà esplodere, una volta avvenuta la glorificazione, perché i discepoli potranno ricordare nello Spirito le parole che Gesù ora dice loro e potranno nella fede cogliere che la sua dipartita non è la fine di una storia, ma il rilancio della promessa, non è l’imporsi di un’assenza, ma il rinnovarsi di una presenza.

Pecore che ascoltano

Gesù non agisce per un proprio tornaconto, ma nel nome del Padre che lo ha inviato. La sua coscienza lo rende libero. E sa discernere anche chi sono le sue pecore: coloro che lo ascoltano e lo seguono e a cui egli dà vita, la comunione con lui che inizia già qui e ora. La comunione in cui ciascuno trova pace, serenità, vita. Ma che chiede una fiducia che non tutti riescono, vogliono o possono dare.

Dal buio alla fede

La fede nella resurrezione, che è al cuore della fede cristiana, non coincide con una semplice fiducia nella vita, ma crede la vita che nasce dalla morte grazie alla forza dell’amore di Cristo. Essa consente di entrare nelle situazioni di morte guardando oltre la morte e vivendo la resurrezione, ovvero amando o cercando di amare come Cristo ha amato e, soprattutto, credendo al suo amore per noi.

Una regalità paradossale

Se i discepoli non sanno cogliere la rivelazione nel paradosso, sarà la realtà che la riconoscerà, saranno le pietre che la grideranno: la rivelazione di Dio in un uomo, del Messia in un povero, del salvatore in un perduto, del giusto in un crocifisso. Gesù accoglie questa proclamazione di regalità, lui che sempre ci è mostrato dai vangeli restio e avverso ad analoghe attribuzioni, perché qui è impotente, non può salvare nessuno e dunque non ci sono possibili cattive comprensioni della sua regalità.

Chinarsi per rialzare

Nella Torah Gesù cerca il volere di Dio e nella persona umana vede l’immagine di Dio. Nelle persone che incontra Gesù non vede anzitutto il peccato, ma la sofferenza, anche la sofferenza per gli errori commessi e questo è alla radice della sua misericordia. Per questo il suo agire è quello della cura e della prossimità, non della violenza.

Il lungo respiro dell’amore

Un padre che ha il coraggio e la forza di non fare niente. Anche una volta che il figlio minore se n’è andato, non lo va a cercare come il pastore che si mette in cerca della pecora smarrita, ma resta a casa, facendo un atto di fiducia radicale e restando in attesa. Che non sia rassegnazione o disinteresse, lo mostra il fatto che quando il figlio intraprenderà la via del ritorno, lo intravvederà ancora lontano e gli correrà incontro. A dire di un’attesa sempre vigile, di un desiderio mai scemato, di un amore mai venuto meno.