Luce e Vita

Su quella parte di umanità da proteggere

Editoriale del 30 maggio 2021

Sempre più spesso la “società liquida”, come la definiva Zygmunt Bauman, ci richiama a delle trasformazioni così radicali da prospettarci un futuro sempre più incerto. Più che di futuro-promessa, dovremmo parlare di futuro-minaccia. Gli effetti della pandemia non fanno altro che accentuare questo nuovo paradigma. Nel villaggio globale possiamo scambiarci di tutto: merci, idee, valori, antivalori e anche virus e malattie.

Eppure, in questa incertezza planetaria, nei dibattiti quotidiani sembra che la catastrofe in atto sia solo quella economica: la disoccupazione aumenta e le imprese falliscono una dietro l’altra con un effetto domino. In effetti lo vediamo anche girando per le vie dei nostri centri cittadini: storiche attività commerciali hanno per sempre chiuso i battenti. Su questo aspetto è importante continuare a puntare i riflettori. Un’economia in salute, e con essa il lavoro, è indubbiamente ciò che ci permette di risolvere i nostri bisogni materiali. Ma la pandemia da Covid-19 sta provocando anche delle conseguenze non immediatamente percepibili. Parliamo di una dilagante povertà educativa tra i bambini e i ragazzi, le cui conseguenze sono difficili da immaginare.
Dietro la superficie fatta di più o meno legittime contestazioni e proteste sulle riaperture e le risorse da destinare a questo o a quel settore del tessuto economico, ci sono stati dei risvolti silenziosi e invisibili capaci di generare una profonda atrofia morale nei nostri ragazzi e che spesso hanno messo in difficoltà la stessa gestione familiare. Non tantissime voci si sono levate per difendere questa parte più debole della nostra umanità.

Qualche tempo fa Save the Children, l’organizzazione impegnata in prima linea per salvare i bambini a rischio, ha evidenziato i contraccolpi dei lockdown scolastici in Italia e nel mondo. Ad un anno dalla prima chiusura generale, l’ong internazionale ha analizzato i dati rispetto alla frequenza in presenza degli alunni delle scuole di ogni ordine e grado. Gli effetti della chiusura degli istituti scolastici per l’emergenza sanitaria dal febbraio 2020 fino al marzo 2021 ha costretto il 91% degli studenti del mondo ad abbandonare le aule.

L’analisi di Save the Children calcola che dall’inizio della pandemia, bambini e adolescenti hanno perso in media 74 giorni di istruzione ciascuno, più di un terzo dell’anno scolastico medio globale di 190 giorni. In Italia la situazione non è certamente migliore; anzi, la crisi in atto palesa tutte le inefficienze del nostro sistema educativo già scricchiolante.
La crisi ha poi manifestato l’incapacità da parte dei nostri governi nell’affrontare le emergenze con lungimiranza, nonostante le enormi deroghe concesse dall’Europa, magari intervenendo con progetti strutturali come quelli relativi all’edilizia scolastica. E, invece, nel tentativo di rincorrere l’opinione pubblica, si sono cavalcate soluzioni placebo, come per i famigerati banchi a rotelle già accatastati nella gran parte degli scantinati delle scuole italiane.

Alla luce di ciò, più volte negli ultimi mesi anche Papa Francesco ha sottolineato come ci si trovi dinanzi ad una “catastrofe educativa”, meno evidente ma forse più pericolosa di quella economica perché va a colpire la generazione che dovrà essere a breve protagonista del nostro mondo.
Ovunque si è cercato di dare una rapida risposta al problema attraverso le piattaforme educative informatiche, le quali, pur avendo sopperito in gran parte a un gigantesco problema, hanno palesato una marcata disparità delle opportunità di accesso ad esse, non solo dal punto di vista dell’acquisto ma anche dell’opportuno sostegno delle famiglie soprattutto negli ordini di studio inferiori. Inoltre, l’aumento della didattica a distanza ha comportato una maggiore dipendenza dei bambini e degli adolescenti dalla rete e, in generale, da forme di comunicazione virtuali, rendendoli più sovraesposti e vulnerabili agli abusi online.

Stiamo forse intravedendo la luce, ma rimarginare le ferite sarà molto difficile.

 

Giovanni Capurso