Chiesa locale

Omelia della celebrazione eucaristica di inizio ministero episcopale di S.E. Mons. Domenico Basile

Cattedrale di Molfetta, 22 aprile 2026

«Signore, dacci sempre questo pane» (Gv 6,34).
La richiesta della folla a Gesù precede il brano evangelico che è stato ora proclamato ed è invocazione rivolta al Signore dopo che ha moltiplicato pani e pesci, proclamando solennemente che il pane vero viene dal cielo e che solo Dio può darlo.
Questa richiesta è analoga a quella della donna samaritana che incontra Gesù al pozzo: «Signore, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete» (Gv 4,15).

 

Stasera noi siamo qui perché, come sempre, ci scopriamo affamati e assetati, non bastiamo a noi stessi e cerchiamo vita, luce, senso per le nostre esistenze e ci accorgiamo che non sono sufficienti cose materiali ad appagare il nostro desiderio. Ognuno di noi porta con sé questa fame e questa sete e presentandomi in mezzo a voi come viandante e pellegrino riconosco anche in me questa vitale ricerca che apre ad un oltre. In tal modo noi possiamo riconoscerci compagni di cammino di tanti uomini e donne che, nel nostro tempo, anelano a qualcosa di più grande e aspirano ad orizzonti di senso.

 

Gesù ci risponde che solo in lui possiamo colmare la nostra fame e la nostra sete, perché egli è il pane di vita. Perché ciò accada è necessario venire a Gesù e credere in lui: è il movimento dell’uomo nella fede che in realtà mai termina, perché l’intero nostro vivere è ricerca del Signore e andare verso di lui.
Nella fede possiamo vedere il Figlio e avere la vita eterna e la risurrezione nell’ultimo giorno. Sì, la fede nel Signore già da ora ci fa gustare la vita eterna, nel sovrabbondante dono dell’amore di Dio per noi, ed è promessa di risurrezione perché il Padre che non ha abbandonato il suo Figlio nel sepolcro ci assicura che anche per noi la morte è parola penultima.
In questo annuncio c’è la forza sovversiva della Pasqua che proclama come ciò che appare impossibile all’uomo diviene possibile in Dio, perché siamo elevati alla sua stessa vita, resi capaci di testimoniare la speranza che nasce dall’esperienza dell’amore di Dio riversato nei nostri cuori (cf. Rm 5,5) e resi traboccanti di misericordia e compassione verso ogni persona.

 

Il dono del pane che dà vita è possibile unicamente perché Gesù è disceso sulla terra non per fare la sua volontà ma quella del Padre che lo ha inviato. Queste parole riecheggiano le
espressioni di Gesù nel Getsemani (cf. Mt 26,39) e con chiarezza sottolineano la volontà salvifica di Dio per ogni uomo, nessuno escluso. Noi dunque comprendiamo che siamo sfamati, dissetati e salvati dal Signore perché egli ha amato, si è donato e ha preso forma di servo, svuotando sé stesso (cf. Fil 2,7), scegliendo di scendere nella terra come chicco di grano (cf. Gv 12,24), perdendo tutto e sapendo che quel vuoto sarebbe stato riempito di vita. Da questo amore infinito noi riceviamo vita e in questo amore siamo rigenerati.
Il Signore che ama sino in fondo ci indica uno stile, l’unica via praticabile per essere cristiani sul serio e lo dice a me, ad ognuno di noi, alla Chiesa di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo, Terlizzi: se tu impari a donare scoprirai che in quel vuoto, dove nulla più possiedi, sarai reso capace di generare, di vivere in un modo nuovo le relazioni, di condividere nella fraternità…e questo ti basta!

 

I primi cristiani hanno sperimentato tale dinamica, anche affrontando avversità e persecuzioni. Nella prima lettura l’uccisione di Stefano e la persecuzione che vede Saulo tra i protagonisti attivi, gettano lo scompiglio nella Chiesa di Gerusalemme. Eppure la fede in Cristo fiorisce e coloro che sono stati dispersi dal fuoco della persecuzione ora vanno di luogo in luogo per annunciare gioiosamente la Parola.
In questo nostro tempo mi sembra urgente, anche per la nostra Chiesa diocesana, saper recuperare la forza di una “dispersione” benefica nei luoghi della vita, capaci di andare con amore e umiltà là dove maggiormente il Vangelo chiede di essere portato come seme di vita nuova, svelando la presenza di Dio e dello Spirito che ci precedono e già sono all’opera.

 

Nell’eucarestia, specialmente alla domenica, nel giorno del Signore, incontriamo il Risorto che si dona a noi come pane di vita, facendo ardere il cuore con la sua parola e nutrendoci con il suo corpo e il suo sangue. Quanto abbiamo bisogno di recuperare la profezia e la bellezza del giorno del Signore, dell’eucarestia in cui, liberi da ogni ritualismo, riscopriamo il senso della gratuità nel tempo dato a Dio e a noi stessi!
Qui, nell’eucarestia, ci riconosciamo come Chiesa fondata sul Signore e da lui edificata, da qui traiamo forza e linfa per essere comunità che si sente chiamata alla missione in questa terra e in questo tempo. Infatti al cuore del compito che ci è affidato ritroviamo un interrogativo per noi fondamentale, riproposto anche nel Documento di sintesi del Cammino sinodale italiano: «In che modo le Chiese che sono in Italia possono annunciare ed essere testimoni più trasparenti del Vangelo nel cuore dell’umanità?» (CEI, Lievito di pace e di speranza. Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, p. 9).

 

Nell’eucarestia ci identifichiamo come comunità cristiana che è radunata e, nello sperimentare la comunione con il Signore e tra di noi, sa di non poter dare spazio a personalismi, chiusure nel privato o fuga dal mondo. Dall’incontro domenicale con il Risorto possiamo ricevere la spinta a stare in un cammino condiviso, sinodale nel senso più autentico del termine.
Il Venerabile don Tonino Bello, di cui abbiamo in questi giorni ricordato il 33° Dies Natalis, quarant’anni addietro, offriva alla nostra Diocesi alcune linee programmatiche che risultano di grande attualità, prima di tutto nel mettere in guardia dal rischio di sterili personalismi: «Non ci sentiamo strumenti inseriti nella coralità di una orchestra. Eseguiamo, forse anche alla perfezione, ognuno il proprio spartito: ma i suoni si accavallano senza comporsi mai nell’armonia del concerto. Diamo prova di bravura personale, non di organicità collettiva. Esibiamo scampoli di virtuosismo, ma non prove di virtù. Col risultato tragico che spesso sperimentiamo: ogni volta che si annulla l’avverbio “insieme”, si annulla anche il verbo “camminare”».

 

Subito dopo don Tonino aggiungeva la necessità di congiungere l’avverbio e il verbo: «Se vogliamo perciò camminare, dobbiamo metterci “insieme”. Riscopriremo il gusto dell’impegno, il sapore della lotta, la percezione della crescita, il coraggio dei gesti audaci, l’ottimismo non solo della ragione ma anche quello della volontà» (Antonio Bello, Insieme per camminare. Linee programmatiche d’impegno pastorale per l’anno 1986-87).
A ciascuno di noi, Vescovo, presbiteri e diaconi, religiosi e religiose, fedeli laici, è chiesto di stare in questo cammino, consapevoli che non c’è alternativa al nostro essere Chiesa che sperimenta e vive la fatica e la bellezza della comunione.

 

L’incontro con il Signore risorto, pane di vita, ci rafforzi nella fede, nella speranza, nella carità, ci renda comunità viva di uomini e donne nuovi, testimoni del Vangelo di salvezza di cui oggi il mondo ha particolarmente bisogno.

 

Signore Gesù, pane di vita, nel tuo amore infinito sazia la nostra fame e rendici Chiesa infiammata dalla tua carità, sempre pronta a donarsi senza riserve, per camminare insieme nel mondo, come fratelli tra fratelli, ed essere trasparenza della tua parola di salvezza. Amen.

 

+ Domenico Basile

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