Chiesa locale - Luce e vita

Omelia del Card. Pietro Parolin

8 settembre 2021

Parolin messa

Parolin messa

Cari fratelli e sorelle nel Signore:

Rivolgo una cordiale saluto a tutti voi qui presenti: a SE Mons. Domenico Cornacchia, Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi; a SE Mons. Nicola Girasoli, Nunzio Apostolico in Perù; ai sacerdoti, ai diaconi, ai seminaristi, ai religiosi e alle religiose; alle Autorità civili e militari; ai fedeli laici; senza dimenticare coloro che partecipano a questa celebrazione attraverso i mezzi di comunicazione sociale e i tanti emigranti, che da varie parti del mondo si uniscono a noi in questo momento di preghiera e di festa.

 

Vi ringrazio per l’invito a presiedere la Santa Messa Pontificale nel giorno della Natività della Beata Vergine Maria, speranza e aurora di salvezza del mondo intero, perché – come scrive Sant’Andrea di Creta – «la celebrazione odierna onora la natività della Madre di Dio. Però il vero significato e il fine di questo evento è l’incarnazione del Verbo.  Infatti Maria nasce, viene allattata e cresciuta per essere la Madre del Re dei secoli, di Dio».

 

Per voi poi, cari molfettesi, è un giorno particolarmente bello, speciale direi, perché oggi la vostra città viene proclamata Civitas Mariae – Città di Maria, in occasione del 70mo anniversario dell’incoronazione della Madonna dei Martiri, compatrona insieme a San Corrado. Tutto ciò giunge come coronamento di un percorso che ha mirabilmente coinvolto non solo il Comitato Feste Patronali, il Comune, la Diocesi e quanti amano la Madonna, ma in qualche mondo l’intera popolazione di Molfetta.

 

A tutti porto la vicinanza e la benedizione apostolica del Santo Padre Francesco, il quale – vi assicuro – conserva ancora nel cuore il vivo ricordo della Sua visita pastorale del 2018, 25mo anniversario della morte di Mons. Tonino Bello. Spero che anche in voi rimanga vivo l’eco delle sue parole, in particolare quelle dell’omelia che egli ha tenuto nella celebrazione di fronte al porto: «A Gesù non si risponde secondo i calcoli e le convenienze del momento; gli si risponde col “sì” di tutta la vita. Egli non cerca le nostre riflessioni, ma la nostra conversione. Punta al cuore. Ad ogni Messa ci nutriamo del Pane di vita e della Parola che salva: viviamo ciò che celebriamo! Così, come don Tonino, saremo sorgenti di speranza, di gioia e di pace».

 

In ordine a vivere bene questo momento, vogliamo innanzitutto riconoscere il primato del Vangelo, nella liturgia della Chiesa come nella vita di ogni buon cristiano, ponendo in testa ad ogni altra motivazione, che oggi ci abbia condotti qui, l’ascolto della Parola del Signore! L’ascolto come vero atto di fede, di speranza e di amore: di fede, perché la Parola di Gesù è compendio sublime di tutto ciò che la Chiesa crede e predica: è il «pane essenziale per vivere», come dice il Papa; di speranza, perché quella Parola illumina ciò per cui vale la pena lottare, ciò che vale la pena desiderare, attendere e costruire nella vita; di amore, perché quella Parola è Persona divina che viene a donarsi per la vita di ogni uomo.

 

D’altronde, proprio con l’ascolto della Parola di Dio, noi esprimiamo nello stesso tempo uno splendido atto di devozione mariana, perché Maria è la Vergine dell’ascolto, colei che più e meglio di tutti ha realizzato la beatitudine proclamata da suo Figlio: «Beati coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano» (Lc 11, 28).    «È per questo dunque – commenta Sant’Agostino – che anche Maria fu beata, perché ascoltò la Parola di Dio e la mise in pratica.  Custodì la verità nella mente più che la carne nel ventre» (Sermone 72/A, 7). Per cui, con Papa Francesco, diciamo: «Maria, donna dell’ascolto, rendi aperti i nostri orecchi; fa che sappiamo ascoltare la Parola del Figlio Gesù tra le mille parole di questo mondo”.

 

Il brano evangelico descrive la presentazione di Gesù al tempio: arrivano due giovani genitori con il loro bambino piccolo che non sa ancora parlare e che può solo stare in braccio a sua madre. E proprio in questa sua condizione di infante, così umanamente fragile, Egli viene proclamato Rivelazione di Dio, Sua Presenza e Sua Parola da due vecchi saggi e giusti, Simeone e Anna, rappresentanti dell’Israele fedele. È un Vangelo breve, ma quanta ricchezza di temi e di significati per noi!

 

Scrive l’Evangelista Luca: «Simeone, mosso dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio».

 

Prendendo in braccio il piccolo Gesù, con la delicatezza che soltanto una persona anziana può avere, Simeone benedice Dio per avergli finalmente concesso, quasi al termine dei suoi giorni, di toccare Colui che è in persona «la consolazione d’Israele». Per la grazia che Dio gli dona, egli è in grado di riconoscere il Messia in un bambino inerme di pochi giorni e di vedere in Lui la «grande luce» che rifulge nelle tenebre, il «Consigliere ammirabile», il «Dio potente», il «Padre per sempre», il «Principe della pace», secondo le parole del profeta Isaia nella prima lettura.

 

In seguito, molti avranno dei dubbi su Gesù adulto, lo stesso Giovanni Battista ne avrà, per il suo essere diverso dagli stereotipi messianici. Ma Simeone non s’inganna e non si scandalizza delle vie di Dio. Egli è un uomo aperto di mente e di cuore, che anche in tarda età, quando molti sono schiacciati dalle delusioni e dalle prove della vita, resta in piedi, conservato “giovane” dalla preghiera quotidiana e da una fede umile ma ferma in Dio. E’ da qui che nasce il suo canto: «Ora lascia, o Signore che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele».

 

Fratelli e sorelle, è talmente bella e straordinaria questa preghiera del Nunc dimittis, che giustamente la Chiesa la recita o canta ogni giorno nella liturgia di Compieta, l’ultima delle ore della giornata e quella che riassume i sentimenti della riconoscenza, della fiducia, dell’affidamento al Signore e dell’accoglienza amorosa della Sua volontà.

 

Chi attende così, chi prega così, chi si affida così a Dio dà vigore ai propri giorni, dà senso allo scorrere degli anni e impreziosisce le fatiche della vecchiaia. Certamente, anche ciascuno di noi – giovane o anziano – vive le proprie attese, le nutre di speranza, ma, a volte, è ferito dalle delusioni e dai fallimenti della vita. Allo stesso tempo, a ben guardare, nessuno perde mai il desiderio di vedere con i propri occhi uno scorcio di luce e di salvezza; anche quando ci manca il coraggio di parlarne con gli altri, esso ci rimane dentro, come sepolto nel profondo del cuore. Ecco, fratelli e sorelle: tutti i giorni sono buoni per rinnovare la speranza. Se sapremo attendere il Signore, Egli non ci deluderà e donerà anche a noi di toccare con mano la salvezza che viene da Lui.

 

Ecco, infine, le parole rivolte a Maria: «Gesù è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima».

 

 Queste parole sembrano risuonare come un controcanto rispetto alle precedenti, come se fossero in qualche modo una loro smentita: si passa dalla gioia all’amarezza, dall’esultanza alla tribolazione. In verità Simeone – sempre mosso dallo Spirito – sta cercando di spiegare “come” Gesù sarà salvezza di Dio per tutti i popoli: lo sarà non nel segno del facile trionfo, ma in quello della contraddizione e della contestazione. Gesù sarà un segno contestato, perché vi sarà sempre nel mondo – ieri e oggi – chi non lo capisce, chi non lo accoglie, chi lo rifiuta, chi lo vuole crocifiggere.

 

San Bernardo affermava in uno dei suoi discorsi: «Fino ad oggi ci sono persone per le quali è chiaro che le parole di Gesù sono spirito e vita e perciò lo seguono.  Ad altri invece paiono dure e cercano altrove ben magre consolazioni» (Discorso 5, 1-4).

 

Ma la profezia riguarda anche Maria. Vi leggiamo certamente l’anticipazione di ciò che Ella vivrà e soffrirà ai piedi della croce: la lancia che trafiggerà il costato del Figlio non potrà non trafiggere anche l’anima della Madre. Ma vi leggiamo, altresì, la divisione tra il bene e il male, quella lotta senza quartiere tra il dragone, simbolo di Satana, pieno di odio contro il Messia e determinato a distruggere il regno da lui fondato, e la donna, «vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle», la Vergine Santa, che partorirà un figlio maschio, Gesù.  Essa è altresì icona della Chiesa, che genera a Dio figli che sono e saranno perseguitati dal demonio.

 

Perciò, oggi giustamente veneriamo Maria come Madonna dei Martiri: Lei, che è la prima testimone della misericordia di Dio, è anche l’Addolorata, la prima martire, sorella di tutti i martiri della storia, di ieri e di oggi, di coloro che hanno fatto di Gesù “pietra d’inciampo” la “pietra angolare” della loro vita. Lei accoglie sotto il suo manto tutte le nostre fatiche e sofferenze umane e ci dispone a incontrare il Signore. Lei è ciò che ogni comunità cristiana dovrebbe essere per la città che abita.

 

Fratelli e sorelle, abbiamo di fronte a noi l’immagine della Patrona, segno artistico della presenza di Maria nel cuore della vostra città; presenza che oggi è ancor più fortemente significata dal radunarsi di questa Chiesa che siete voi, pietre vive, che nella celebrazione eucaristica costituite la vera basilica “maggiore”, come diceva il Vescovo Tonino Bello. Dove sono i discepoli riuniti lì è il Signore, e dove è il Signore e la sua comunità riunita, Maria è lì, Maria c’è. Questo è il vero motivo della festa e della gioia! Questa è la ragione profonda, cari molfettesi, per la quale la vostra amata città è Città di Maria: non per un titolo esteriormente conferito, ma per un impegno coerentemente e gioiosamente assunto.

 

Come scriveva Mons. Tonino Bello a conclusione dell’Anno Mariano 1988: «La devozione (anche quella mariana) non può mai essere il surrogato della conversione…», quasi a dirci che è pericoloso cullarsi sugli allori. Penso, per esempio, al periodo ambivalente che stiamo vivendo: la pandemia ha imposto al mondo intero lutti, sofferenze, rinunce, restrizioni, perplessità sul futuro; allo stesso tempo, ci ha anche spinto a ricuperare alcuni atteggiamenti positivi, alcune virtù umane quali la prudenza, l’attenzione, la sobrietà, la responsabilità, per salvaguardare la salute. Io mi auguro che questi atteggiamenti rimangano anche quando l’emergenza sarà passata. Tuttavia, sono consapevole che questo non basterà a rimettere in piedi il mondo, a farne un mondo migliore. Serve che la comune coscienza cristiana ci suggerisca anche altri atteggiamenti virtuosi e proattivi: lo spirito di preghiera, l’ascolto delle sofferenze, l’accoglienza degli ultimi, il buon esempio da una generazione all’altra, la condivisione, la collaborazione, la fiducia, la disponibilità totale, il mettersi in cammino senza paura, il senso del dovere, la concretezza, la fedeltà, l’amore… In una parola, le virtù di Maria.

 

Non temiamo, perciò, fratelli e sorelle, di convertirci ogni giorno al Signore e di imitare la Madre sua; temiamo piuttosto la tentazione di essere come tanti altri. Chiediamo a Maria una goccia di quella grazia di cui Lei era piena: chiediamoLe di accompagnarci e di sostenerci nel cammino della vita.  Lei vi custodisca, vi fortifichi e vi conduca indefettibilmente a Suo Figlio Gesù, il Misericordioso nostro Salvatore!

 

Amen.